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Le fasi del parto

Secondo la classica suddivisione, il parto si compone di quattro "tempi": prodromico (il periodo di preparazione), dilatante, espulsivo e di secondamento, cioè di espulsione della placenta. Altri sistemi di classificazione individuano solo tre fasi, considerando le fasi dilatante ed espulsiva come parte di un unico periodo di travaglio attivo.

Primo tempo: la fase prodromica del parto

È una fase di preparazione, nella quale i tessuti della mamma si preparano al passaggio e all'uscita del bambino. Nel complesso, può durare da poche ore a qualche giorno: difficile capire quando inizia, perché non sempre è caratterizzata da segnali precisi.

A volte passa addirittura inosservata, mentre in molti casi si accompagna a contrazioni preparatorie, che sono abbastanza irregolari e più o meno intense, ma sopportabili. Inizialmente le contrazioni possono manifestarsi con una certa cadenza, arrestarsi per qualche ora e poi riprendere, soprattutto di notte. In genere sono simili a un dolore mestruale. A queste contrazioni possono abbinarsi altri segnali che avvisano che qualcosa sta cambiando. Ad esempio si perde il tappo mucoso (una sostanza gelatinosa che, proprio come un tappo, chiude il collo uterino) e si può avere qualche episodio di dissenteria o avvertire un senso di spossatezza.

Secondo tempo: la fase dilatante del parto

È l’inizio del travaglio vero e proprio, il momento in cui in genere si va in ospedale, e si distingue dal periodo prodromico per la tipologia di contrazioni, che diventano più dolorose e regolari. Si parla di travaglio vero e proprio quando le contrazioni si verificano all'incirca ogni cinque minuti e durano circa 40-60 secondi.

Per quanto riguarda la durata di questa fase, non ci sono certezze: i tempi sono molto variabili da donna a donna e dipendono da vari fattori. Tra questi, per esempio, caratteristiche materne, come la struttura fisica e la forma del canale del parto (ma anche componenti psicologiche), caratteristiche fetali, come le dimensioni, luogo in cui si partorisce e modalità di assistenza. In altre parole, anche il modo in cui viene vissuto il travaglio può influire sulla sua durata.

Terzo tempo: la fase espulsiva del parto

È la fase della nascita e corrisponde al tempo in cui il feto percorre il canale del parto per uscire dal corpo della mamma. In realtà, prima del periodo espulsivo vero e proprio c'è una fase di transizione, detta "latenza", che è come una pausa di riposo prevista dalla natura prima dello sprint finale: dura circa mezz’ora e sembra che le contrazioni si fermino e che il travaglio si sia bloccato, anche se la progressione del bambino sta continuando. È una pausa fisiologica importante da rispettare, senza cercare di forzare i tempi, perché serve ai tessuti della mamma per adattarsi al passaggio del bambino. Finito l’intervallo, la donna comincia ad avvertire i premiti, cioè una sensazione impellente di spingere, come se dovesse scaricarsi. Che fare? Semplicemente assecondare questo impulso, cercando la posizione che consente di spingere meglio: seduta, accovacciata, carponi su un materassino.

Quarto tempo: la fase del secondamento

Dopo la nascita, si recide il cordone ombelicale (clampaggio). Il momento in cui questo avviene varia da ospedale a ospedale: alcuni lo fanno subito, altri dopo che il cordone ha smesso di pulsare (in genere ci vogliono 2-3 minuti), una condizione che viene considerata più fisiologica. L'ultima fase del parto è rappresentata dal secondamento, cioè l'espulsione della placenta, che avviene in genere nel giro di 15-20 minuti, ma con ampie variazioni individuali. In alcuni casi, l'ostetrica può tentare di favorire l'espulsione con lievi pressioni sulla parete addominale, che vengono tuttavia sconsigliate in un'ottica di pieno rispetto della fisiologia del parto. In ogni caso, se entro un'ora non succede nulla, può essere necessario un intervento attivo, cioè l'estrazione manuale della placenta, che avviene in sala operatoria con anestesia generale.

Uscita la placenta, è il momento della sutura di eventuali lacerazioni, spontanee o dovute ad episiotomia. Durante tutto questo periodo, se non ci sono (rare) complicazioni che richiedono interventi particolari, in genere la mamma ha modo di incontrare il suo bambino, che le viene appoggiato sul petto, in attesa che venga affidato alle puericultrici per il lavaggio e i dovuti controlli che eseguirà il neonatologo. Di solito, dopo il parto la mamma rimane in sala parto per un paio d'ore con il suo piccolo: è un momento importante, in cui si mettono in atto meccanismi fisiologici di contrazione dell'utero - favoriti anche dalle prime suzioni al seno - che aiutano a ridimensionarlo e ad evitare emorragie.